Racconti dei volontari : Giornalismo, Sudafrica di Giulia Bonelli

Giornalismo, Sudafrica di Giulia Bonelli

«Parlo inglese, xhosa, afrikaans, zulu e un po’ di sotho. Ma vedrai che entro la tua partenza avrò imparato anche l’italiano.» Mentre mi parla sorride Mpumi, il giornalista che mi accompagna durante il mio primo giorno alla sede del Daily Voice. Destinazione: Nyanga, una delle townships che sorgono ai margini di Città del Capo. Quando arriviamo mi guardo attorno incerta, non ancora abituata agli occhi puntati addosso, a quegli sguardi curiosi e sospettosi a un tempo. Mpumi mi spiega che in quelle zone i bianchi non mettono piede. Ma accanto a lui mi sento tranquilla, e così lo seguo lasciando tra i miei pensieri le mille domande che mi sorgono in testa e osservando in silenzio il suo lavoro. Lavoro che si svolge soprattutto tra la gente: interviste, nelle case e nelle stazioni di polizia, per strada e nei negozi. Ogni tanto mi spiega brevemente “le sue storie”, come chiama i vari casi su cui dovrà scrivere gli articoli una volta tornato in redazione. Ma per adesso parla e ascolta, senza preoccuparsi del tempo che passa, e trovando sempre una parola di conforto quando serve. Purtroppo serve spesso. Alla fine della giornata mi sento molto provata, cerco di ricordare le aspettative che avevo prima di arrivare in Sudafrica ma non riesco a metterle a fuoco. Eppure la percezione del calore e dell’umanità delle persone prevale, e con essa il desiderio di comprendere il più possibile questa realtà che fin dal primo istante mi è apparsa come spaccata in due. La ricchezza immensa di alcuni e l’estrema povertà di altri, violenza e solidarietà che con la stessa forza si affermano, diffidenza e fiducia, ingiustizia e rispetto. Tutto questo si alterna con una rapidità incredibile, mostrando i molteplici volti di un paese diviso e unito dalla sua storia.

In due mesi non ho assaggiato che una minuscola porzione di questo universo che solo ora a distanza di tempo provo a descrivere, ma mai ho vissuto esperienza più ricca e intensa.

Giorno dopo giorno il Daily Voice è diventato il mio mondo. Ogni mattina prendevo uno dei bianchi pullmini che sfrecciavano a tutta velocità fino alla stazione, salivo sul treno e durante il tragitto cominciavo a leggere una copia del giornale. Ogni tanto trovavo piccoli articoli che avevo scritto io – storie minori, dei tipi più diversi, che la redazione correggeva nel linguaggio inimitabile che caratterizzava quel tipo di giornalismo. Molto colloquiale, a tratti persino eccessivamente crudo e diretto. Mi piaceva l’aspetto di denuncia, l’intraprendenza dei reporter nel parlare dei casi dimenticati dagli altri quotidiani, di recarsi di persona in ogni zona, anche nella periferia più degradata. Credo di aver imparato in questo periodo quello che non avrei potuto imparare in anni di lezioni teoriche; prima ancora che per la possibilità di scrivere, per quella di osservare, capire i meccanismi di redazione, registrare ogni minimo dettaglio. Non c’è stata una giornata uguale a un’altra. Le più pesanti erano quelle nelle townships, che pure ho imparato a reggere meglio, sempre più profondamente ammirata dalla dignità con cui le persone sopportavano il dolore e sapevano unirsi di fronte ad esso. Non dimenticherò mai una coppia di ragazzi poco più che ventenni – la mia età, sono riuscita a malapena a realizzarlo – che avevano appena perso la figlia di due anni e che hanno mostrato una forza che non trova parole per essere descritta.

C’erano poi anche giornate più leggere, occupate da interviste sul rugby e su animali esotici, su film in uscita e sulla moda sudafricana. Una volta ero con una giornalista e un fotografo, dovevamo raggiungere una casa che si trovava in un campo completamente allagato, e siamo rimasti bloccati in macchina con l’acqua che arrivava fino alle portiere. Il fotografo per stemperare l’iniziale tensione si è messo a scattarci fotografie, e presto abbiamo iniziato a ridere in modo irrefrenabile, senza riuscire a smettere neppure quando una camionetta della polizia è arrivata per riportarci indietro!

Ero affascinata dal modo in cui i "Voicer" sapevano trovare il lato positivo delle cose. E così attese snervanti sotto la pioggia si trasformavano in chiacchierate interminabili, lunghi viaggi in macchina offrivano spunti per deviazioni meravigliose sul Table Mountain, la montagna che troneggia tra terra e cielo, visibile da ogni punto della città. Queste e tante altre piccole cose hanno contribuito a creare legami bellissimi con tutte quelle persone così esperte di vita, dalle quali forse alla fine ho imparato più che da tutto il resto.

«Ci vediamo presto», ho detto prima di partire a Mpumi, che ormai effettivamente quasi capiva l’italiano. E nel salutare lui e tutti gli altri la consapevolezza che un giorno sarei tornata ha reso meno difficile riprendere l’aereo per l’Italia, con la mente ancora piena di immagini e di voci.

Giulia Bonelli

Io e Mpumi (giornalista)Io e Patrick (fotogtafo)Campo allagato

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