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Insegnamento, Nepal di Beatrice Giambastiani
Prima esperienza di volontariato all’estero, prima volta in Nepal.
NIl tempo a disposizione era di sole 2 settimane e sono stata assegnata a ‘Snowland Ranang Light of Education School’ in Kathmandu dove ho insegnato inglese la mattina ed educazione fisica il pomeriggio. E’ una scuola che accoglie bambini dai 5 ai 15 anni provenienti un po’ da tutto il Nepal, ma soprattutto dai villaggi remoti dell’Himalaya. Tra loro ci sono orfani, bambini di strada e bambini che hanno dovuto lasciare le famiglie le quali, altrimenti, non avrebbero potuto provvedere alla loro educazione e a volte, purtroppo, neanche al loro sostentamento.
Nella scuola regna un clima di ‘grande famiglia’, forse proprio quella che a loro manca molto e ricordano ogni qualvolta possano, nei disegni, nei ricordi e nei racconti.
La mattina, prima dell’inizio delle lezioni, ci sono canti, preghiere, esercizi fisici e qualche lavoro domestico, poi tutti in classe dove si susseguono lezioni di inglese, nepalese, tibetano, matematica ed igiene/salute. Il pomeriggio è dedicato all’attività fisica, al gioco e ai compiti.
I bambini ti accolgono con molto affetto e dopo poche ore ti senti già parte della famiglia; sono curiosi, gli piace sapere tutto di te e della tua vita, di cosa fai e come mai hai deciso di andare lì da loro. Così appena entrata in classe ho spiegato che sono italiana ma vivo in Australia da qualche anno e che mi sarei fermata solo due settimane perché stavo ritornando in Italia a trovare la mia famiglia che non vedevo da tempo (pensavo io!!!). Il pomeriggio, mentre si giocava, Dawa (una delle ragazze più grandi della scuola) si avvicina e mi dice: “Miss Bea, oggi ci hai detto che non vedi i tuoi genitori da molto tempo e che stai andando a trovarli. Beh, io non vedo la mia famiglia da 11 anni, tu?”. Ho realizzato subito che sarei stata io la persona che aveva tanto da imparare da loro e da questa esperienza e, anche se avrei voluto mentire, ho risposto che era solo e semplicemente un anno e qualche mese…
Una volta arrivata in Nepal, la mia paura era quella di non aver abbastanza tempo per stringere un legame con i bambini, non abbastanza settimane per adattarsi a quello che chiamano ‘cultural shock’ e temevo di non riuscire a dare un sufficiente contributo alla scuola che mi stava accogliendo.
In realtà ho imparato che se ci si butta subito a capofitto, se si arriva con la mente aperta ad accogliere ed abbracciare una cultura completamente diversa ma molto affascinante senza la presunzione di voler capire tutto e subito, allora l’esperienza si trasforma in un gran bel viaggio (fisico e mentale).
Il cosiddetto “tuffo” nella nuova realtà inizia non appena si scende dall’aereo; non dimenticherò mai il viaggio in macchina dall’aeroporto all’albergo in Thamel durante il quale mi sono vista più volte fuori strada. Kathmandu ti accoglie subito con il suo rumore (clacson da tutte le parti) ed il suo traffico che consiste in 4 file di macchine che si sorpassano a vicenda su una strada che consentirebbe il passaggio a 2 sole autovetture. Il tutto accompagnato dagli immancabili animali (mucche, pecore, cani, ecc.), tuk tuk e venditori di ogni genere. Ma alla fine ci si abitua anche a quello e dopo un paio di giorni ci si abitua anche alla guida dei taxisti, arrivando alla conclusione che, se sono ancora vivi in quel traffico e con quella guida, può essere solo per due motivi: o sono dei miracolati o, cavolo, ci san proprio fare altrochè. Quindi, in entrambi i casi, si può salire.
Consigli generali:
Evitare i popcorn dai baracchini lungo la strada, stomach bug assicurato!
Essere pronti a negoziare su qualsiasi cosa
Essere ‘open mind’ e genuinamente curiosi
Improvvisare
Portare palloncini (i bambini ti adoreranno in un istante…”Miss Bea, balloons, balloons!”) e tanti sorrisi
Per chi volesse avventurarsi in qualche attività sportiva tipo trekking o mountain bike e vi dicono ‘Don’t worry, easy flat!’, ricordare che nessuna scampagnata può essere ‘easy’ e tantomeno ‘flat’ sull’Himalaya
C’è chi pensa che nel fare del bene agli altri si nasconda anche una forma ‘buona’ di egoismo perché indirettamente si fa del bene a se stessi e/o si trovano alcune risposte che si stavano cercando. Non lo so se sia vero, so solo che dopo due settimane sono ripartita con il cuore pieno degli abbracci, dell’amore e degli occhi sorridenti dei bambini di Snowland School e la certezza che presto vorrò fare un’altra esperienza del genere magari per un tempo un po’ più lungo.
Beatrice Giambastiani




