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Missioni umanitarie, Marocco di Daniela Roscini
Sono partita con tanta voglia di andare, ma allo stesso tempo con l'incertezza di chi non sa precisamente cosa dovrà fare. Per questa ragione avevo già spedito diverso materiale: libri da cui ricavare fotocopie, vari tipi di colori, didò, plastilina,ecc..
Devo ammettere che i primissimi giorni sono serviti ad ambientarmi, considerando anche che ero l'unica italiana- con un inglese e un francese essenzialissimi- e che non ero proprio la più giovane- diciamo pure che tra me e gli altri c'era un distacco generazionale.
Nonostante ciò, con le volontarie con cui mi trovavo a lavorare si è creato un ottimo rapporto amichevole, ma per ovvie ragioni il mio dopo lavoro differiva dal loro.
Sicuramente la parte più significativa di questa esperienza è stato l'incontro con i ragazzi.
Di loro ho un ricordo bellissimo. C'era una capacità d'intesa che superava la differenza di linguaggio, riuscivamo a farci battute e a ridere in due lingue completamente diverse, loro in arabo e io in italiano.
Il gruppo dove sono rimasta più a lungo era molto numeroso, a volte erano anche cinquanta ragazzi da sei a sedici anni ed era stupendo vedere i più grandi, già con canottiera e bicipiti in mostra, che mettevano lo stesso entusiasmo dei più piccoli nel colorare schede di personaggi dei fumetti o nel ritagliare sagome da ricostruire o nel voler usare i colori a dito, ecc..
La gioia che vedevi nei loro occhi quando portavi del materiale con cui lavorare era davvero incentivante ed avresti voluto fare ancora molto di più.
Ho avuto anche la fortuna di avere come vicini di casa una famiglia con tre splendidi figli: due femmine e un maschio, rispettivamente di 10, 12 e 14 anni.
Mentre la mamma parlava solamente il berbero loro parlavano benissimo anche il francese e il mio tempo libero lo trascorrevo spessissimo con loro.
Non so descrivere la loro euforia quando siamo andati al bar, al fast food e alle giostre. Per loro era la prima volta, ma spero di non dimenticarla mai.
In cambio loro hanno portato me all'hammam, insegnandomi ogni cosa da fare.
Questo è il bello di questa esperienza: che entri a far parte del luogo in cui ti trovi, tanto da confonderti con una di loro e c'è sempre chi ti aiuta se ne hai bisogno.
Poi c'è la Medina: un intreccio di colori, odori, suoni, rumori e dove gioia e dolore convivono in assoluta armonia.
Poveri e persone con gravi disabilità trascorrono giornate intere immobili a chiedere qualche spicciolo; si vedono venditori stanchi e vecchi che sembra abbiano perso la speranza di una vita migliore, e accanto a loro trovi venditori che gridano, bambini che giocano, persone in fila per gustarsi le cucine tipiche cotte sul momento all'aperto, carretti enormi pieni di lumache o frutta. Insomma, un inno alla vita nonostante tutto.
Un giorno, in mezzo a questo pullulare di persone ho incontrato un ragazzino che senza proferire parola, ma con un ottimo linguaggio mimico-gestuale, mi ha accompagnato a comprargli le scarpe.
Cosa mi rimane? La consapevolezza dei nostri limiti, ma la certezza di avere conosciuto una cultura e di averne fatta conoscere un'altra e la convinzione che solo incontrandosi si abbattono tanti pregiudizi e credenze sbagliate.
Ora per me il termine marocchino ha assunto un significato completamente diverso, a questa parola associo visi, nomi e modi di vivere.
Un grazie particolare va anche a Saad e Youssef, collaboratori di Projects Abroad, che ho avuto sempre vicino.
Mi piacerebbe mantenere i contatti con ognuno di loro. Ci sono riuscita con la famiglia che mi ha ospitato e con la famiglia accanto; più difficile mantenerli con i ragazzi della scuola, ma spero di trovare il modo di far capire loro che non li ho dimenticati e che spero ci rivedremo.
Daniela
Daniela Roscini



