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Missioni umanitarie, Nepal di Valentina Ebranati
Sono partita per il Nepal in un momento molto delicato della mia vita lavorativa: avevo un contratto scaduto e aspettavo di essere richiamata ma senza certezze...così mi sono detta: perché perdere tempo in ansia quando altrove posso essere utile? La mia scelta è caduta sul Nepal perché nonostante conoscessi bene la cultura e i paesi del subcontinente indiano non avevo mai visitato questo paese, che si è rivelato sorprendente e multiforme.
Così il 2009 mi ha visto a Kathmandu, mescolata alla gente nelle strade polverose e chiassose di questa città piena di vita nonostante tutte le difficoltà, dove le automobili e le moto affollano le vie insieme a biciclette sgangherate, mucche, cani e carrettini carichi di merci pericolanti. La maggior parte delle volte venivo scambiata per una persona del posto e così mi sono infilata in tutte le stradine più assurde e improbabili, mangiando frittelle avvolte nella carta di giornale e dicendo sì con il tipico dondolio della testa come usa fare in Asia.
Quando sono arrivata alla scuola dove ero stata assegnata sono stata subito circondata dai bambini e dai ragazzini. I primi giorni ero preoccupata di dover intrattenere quasi un centinaio di bimbi e per giunta in inglese, che non è né la mia né la loro lingua: non ero mai stata insieme a così tanti bambini in vita mia!
Invece è stato semplice, abbiamo giocato, conversato, cantato, fatto amicizia, condiviso tutti i momenti della giornata insieme. Uno dei momenti più divertenti e curiosi era mangiare nel cortile riso e lenticchie, in compagnia di quattro simpatiche caprette che aspettavano il loro turno per rubare un po’ di avanzi caduti in terra! Nell'arco di una settimana avevo l'impressione di essere sempre stata lì, sia a vivere che a lavorare e adesso che sono tornata mi mantengo in contatto con i bimbi, che conosco a uno a uno.
Anche nella famiglia ospitante l'atmosfera era aperta e tranquilla e mi hanno spesso dato utili indicazioni per visitare la città e trovare quello che mi serviva e ho partecipato anche a momenti privati della loro vita, come le preghiere, dette puja, del sabato mattina, condotte dalla padrona di casa e frequentate da un gruppo di bambini di un'altro istituto.
Le difficoltà ci sono in Nepal: prima fra tutti la mancanza di corrente elettrica per molte ore al giorno che impone di organizzare la vita in base a certi orari: in certi momenti stavamo infatti per ore a lume di candela; anche il dover fare attenzione con l'acqua corrente, che non è sicura da bere. La mia esperienza però è stata molto positiva e non potrei fare altro che consigliare di andare in Nepal con Projects Abroad a tutti, indipendentemente dalla condizione di partenza.
Valentina Ebranati

