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Projects Abroad

Speciale Studenti Scuole Superiori - Campi Umanitari in Kenia, di Paolo Cassina

Nuove domande, nuove risposte

Finito un viaggio, poggiando la valigia a casa o durante il volo di ritorno, guardando il paese dove sei stato nei giorni precedenti farsi sempre più piccolo mano mano che l'aereo si alza di quota, chi è che non è mai stato a pensare per almeno qualche minuto, ad alta voce o solo a mente, qual è stato il momento, l'esperienza o l'episodio più significativo della vacanza, quello più buffo, quello più difficoltoso e via dicendo?

Come in tutti i viaggi che ho avuto la fortuna di fare, anche questa volta quella domanda è arrivata all'improvviso, quando meno me l'aspettavo. E, come ogni volta, mi ha messo in profonda crisi.

Di solito però, impiego qualche giorno a decidere, spesso con ripensamenti e smentite.

Questa volta ci ho messo all'incirca 10 minuti, concludendo irrevocabilmente che l'esperienza più significativa, più bella e anche quella più difficoltosa di questo viaggio è stata il contatto e la relazione con i bambini dell'orfanotrofio nel quale ho svolto la maggior parte del progetto e con i ragazzi che vivevano accanto alla mia ''guest house''.

Per quanto riguarda l'episodio più divertente, mi sono tuffato tutto vestito in un lago in cui fino a poco prima avevo visto sguazzare degli enormi ippopotami con un'espressione piuttosto allegra sull'enorme muso. Penso fosse sicuro, visto che la nostra guida aveva detto che non correvo pericolo in quella parte del lago. Non lo avrei mai fatto comunque, se non mi avessero sfidato tutti gli altri volontari. Ma lasciamo perdere questa vicenda. Comunque, Italia 1-Resto del Mondo 0.

Paolo Cassina in Kenya

L’arrivo e la mia host family

Ho trascorso due settimane a Nakuru, una città di 300000 abitanti a due ore di macchine da Nairobi.

Avendo volato di notte ed essendo stato il viaggio molto lungo, al mio atterraggio a Nairobi ero troppo stanco per ricordare la prima impressione che ebbi del Kenya. Lo avevo immaginato un momento più solenne, o qualcosa del genere, invece feci svogliato le poche pratiche riguardanti il visto e uscii al più presto dal piccolo areoporto. Lì mi aspettavano i supervisori del mio progetto, sorridenti ma visibilmente provati dall'orario scomodo. Quella notte dormii in un hotel di Nairobi.

Il giorno dopo, verso le 10 di mattina sono partito per Nakuru, e tre ore e mezza dopo ero nella mia guest house. Lì insieme a me erano ospiti tre ragazze che condividevano la stanza, mentre io ero in una camera separata a pochi metri dall'uscio di casa. Il contatto con la famiglia che mi ospitava è stato subito caloroso ed affettuoso, come ogni benvenuto che ricevevo da ogni kenyota, conosciuto o meno, in cui mi imbattevo camminando, o passeggiando per Nakuru.

A volte questa benevolenza era disarmante, qualche volte addirittura imbarazzante. Ma da parte mia ben accetta. Le famiglie kenyote hanno spesso una ragazza giovane che si occupa di cucinare e pulire. Ma definirle governanti è riduttivo e inappropriato. Sono vere e proprie componenti della famiglia, vivono e dormono lì, e vengono trattate come figlie dai padroni di casa.

La ragazza della mia famiglia ospitante era molto giovane, 19 anni, e si è sempre assicurata che noi volontari stessimo bene e a nostro agio. Le stesse premure venivano naturalmente anche dalla nostra ''mamma africana'', così le signora che ci ospitava amava definirsi, e le stava a pennello, visto il riguardo e l'affetto materno che aveva nei nostri confronti.

La casa era semplice ma molto accogliente. Quasi occidentale, se non fosse stato per i quadri africani appesi alle pareti. Per quanto riguarda le comodità e gli sprechi di cui possiamo permetterci nel nostro paese, sono assurdità ancora più amplificate in una casa kenyota. Niente doccia calda di mezz'ora, niente sfizi e capricci riguardo il cibo o il wifi che non prende (se l'appartamento ne è eccezionalmente dotato),gni tanto l'elettricità non c'era per qualche ora o capitava il giorno in cui l'acqua tiepida non ne vuole sapere di uscire. Il bagno della mia camera era piccolo e angusto e per due settimane ho dovuto fare la doccia fredda.Ma non do mai molta importanza a certe cose, e non mi passavano neanche per la mente certe lagnanze. Sapevo già che sarei andato in Africa e non avrei alloggiato ad un hotel, dopotutto, se si vuole vivere l'Africa, questo è l'unico modo.

La costruzione di un nuovo orfanotrofio

Paolo Cassina in Kenya

Il progetto si svolgeva durante i 5 giorni della settimana dalla mattina presto al primo pomeriggio.

Di solito lavoravamo in un centro che ospitava più di cento orfani divisi in gruppi per età. I più piccoli 3 anni, i più grandi 10 o 11. Essere orfano in Kenya vuol dire andare in contro alla vita di strada. I ragazzi si danno alla piccola criminalità negli slum, le bidonville che si estendono per decine di chilometri intorno al centro di Nairobi. A Nakuru gli slum sono di grandezza minore, ma presentano la medesima miseria.

Per i ragazzi locali l'orfanotrofio è una salvezza da una vita di rancore, crimine e analfabetismo. Noi volontari assistevamo degli operai locali nella costruzione di una seconda struttura per l'orfanotrofio (i lavori erano interamente finanziati da Projects Abroad). Dopo pranzo svolgevamo attività e giochi con i bambini. L'impianto in sé era cadente, rozzo e in condizioni igieniche non adatte. Una delle classi non era che un vecchio pollaio con una lavagna, una decina di tavolini e una quarantina di sedie. Qualche poster sbiadito sulle quattro pareti di legno era servito per far imparare i numeri e i nomi degli animali in inglese.

Il cortile dove i bambini giocavano gridando di gioia era anche il pascolo per due enormi mucche legate con poca cura ad un pesante sasso, che era, a quanto pare, l'unico modo per non far vagare liberamente i due grossi bovini che riuscivano comunque ad aggirarsi placidi e disinvolti per il cortile prima di essere munti per offrire ai ragazzi un po' di chai pomeridiano, il tè kenyota.

Le attività a contatto con i bambini

I bambini sono semplicemente incredibili: non ho mai visto sorrisi così grandi e vestiti ridotti uno straccio su uno stesso essere vivente. Per la gran parte erano scalzi o con suole rovinate, le divise rosse erano piene di toppe e macchie di terra. Giocavano a calcio con palloni fatti di buste di plastica legate insieme con degli elastici, anche se nel loro repertorio non mancavano gli equivalenti kenyoti di ''acchiaparella'', ''nascondino'' e ''campana''.

Il primo contatto con i ragazzi è stato fantastico. Non abbiamo fatto in tempo a pronunciare le poche parole in swahili che con fatica avevamo imparato il giorno prima che i bambini incominciarono a urlare allegramente per reclamare il loro turno ad essere presi in braccio.

Non sembrava importante se parlassi o meno; bastava che li prendessi in braccio per pochi minuti, o che cantassi con loro una divertente e ritmica versione cantata dell'alfabeto inglese per renderli i bambini più felici del mondo. È stata una sensazione gratificante e che mi ha sinceramente reso felice. Era palpabile e concreta la gioia e la felicità che ero riuscito a trasmettergli; e dato che gioia e felicità sono barattabili solo con altra gioia e con altra felicità, i loro sorrisi non potevano che essere contagiosi.

Il progetto si è svolto anche in altri due luoghi:

Una scuola media dove, insieme ai volontari del progetto medico, abbiamo distribuito medicinali e applicato a tutti gli studenti delle creme per prevenire la pediculosi. Anche lì i ragazzi e il preside dell'istituto non hanno smentito la calorosità e l'affetto dei benvenuti kenyoti.

Il secondo luogo era una casa che ospitava una decina di bambini abbandonati dove abbiamo passato diversi pomeriggi. Alcuni di loro erano stati lasciati dai genitori in una stazione di polizia o direttamente in ospedale dopo il parto. Il motivo lo avevamo capito ancora prima che la loro madre adottiva ci raccontasse la loro storia. Erano affetti da sindrome di down, o comunque diversamente abili. ''Nessun genitore in Kenya vorrebbe un figlio che è solo una bocca da sfamare, una spesa di energie e soldi''. Continuava a ripeterci la loro nuova madre raccontando le loro singole storie.

Eppure lei era kikuyu, una kenyota al cento per cento, e residente (seppur benestante rispetto agli altri compaesani) di uno slum. Le cure mediche e pedagogiche dei bambini erano interamente a suo carico, e li accudiva con amore e apprensione materna.La più grande della famiglia aveva 7 anni, l'espressione assente tipica dei bambini affetti da autismo era fortemente combattuta dal non riuscire ad esternare la sua evidente intelligenza e vivacità. La mano sinistra perennemente posta dietro la schiena e quella destra continuamente ad accarezzarsi la guancia facevano sembrare la bambina completamente dipendente dalla madre. Tutti noi volontari restammo sbalorditi quando la piccola cominciò a scrivere, e poi a mangiare e bere e addirittura vestire il suo orsetto di peluche. Tutto, usando solo i suoi piedi.

La bambina vedendo le nostre espressioni inebetite scoppiò a ridere, e altrettanto fece la madre.

Per concludere, posso dire di non aver assolutamente visitato il Kenya. Ho vissuto questo Paese e questo continente, che mi ha salutato non come si saluta un ospite ma come si saluta un amico che parte, ma che tanto prima o poi ritornerà.

Paolo Cassina

Questo è il racconto dell'esperienza di un volontario che ha partecipato al progetto e rappresenta un'istantanea nel tempo. La tua esperienza può essere diversa, in quanto i nostri progetti si adattano costantemente alle esigenze delle comunità locali e agli obiettivi raggiunti. Anche fattori i climatici possono avere un grosso impatto. Scopri di più su questo progetto o contattaci per maggiori informazioni.

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