Projects Abroad

Campi Umanitari in Ghana, di Francesca Motta

Penso che non ci siano parole sufficienti per descrivere le tre settimane che ho trascorso in Ghana: credo siano state tre delle settimane migliori della mia vita e, se avessi potuto, avrei allungato di molto il mio soggiorno.

La prima tappa: Cape Coast

Francesca Motta

Le prime due settimane ero a Cape Coast, una città che dà sul mare, ed ero un volontario "speciale", cioè che seguiva il programma "two weeks special".

Quando sono atterrata in Ghana, un caldo a dir poco soffocante mi ha subito accolto, sono stata portata alla Guest House di Accra per poi arrivare finalmente, il giorno dopo, a Cape Coast.

Durante il viaggio in macchina, lungo 4 ore, sono stata subito colpita dal paesaggio, affascinante e nuovo ai miei occhi: case poverissime, immerse nella natura, dove donne e bambini che portano sulla testa recipienti pieni di oggetti camminano tra le macchine per cercare di guadagnare qualcosa.

Le mie prime impressioni

Arrivata a Cape Coast sono stata portata all'ufficio di Projects Abroad con gli altri 4 volontari che avrebbero condiviso con me queste prime due settimane e lì ci hanno spiegato nei dettagli il nostro lavoro e il nostro ruolo.

Ad un certo punto ci hanno distribuito dei sacchetti di plastica contenenti dell'acqua e la mia prima reazione è stata quella di appoggiarmeli sulla fronte per darmi una rinfrescata, ma ben presto ho scoperto che con quei sacchetti di plastica dovevamo bere: in Ghana infatti non si usano bicchieri e bottiglie, ma solo acqua purificata in questi sacchetti plastificati.

Alla fine, siamo stati portati nella nostra famiglia, la famiglia Mensah, molto numerosa e molto disponibile, dove abbiamo cenato con del riso buonissimo, praticamente l'unico alimento che abbia toccato in tre settimane in quanto non c'era altro, tranne qualche rara volta che era accompagnato dal pollo, ma che era troppo caro e quindi anche raro da trovare in tavola.

Il progetto di insegnamento

Il giorno dopo abbiamo cominciato il nostro lavoro da volontari, sempre seguiti dal supervisore, Charlie, un personaggio originale e simpaticissimo.

Francesca Motta

Il lavoro era faticoso: cominciavamo alle 8, insegnando inglese ai bambini e giocando con loro, e terminavamo alle 12 per la pausa pranzo, alle 14 riprendevamo ristrutturando un'aula della scuola e alle 16 finivamo e arrivavamo a casa DISTRUTTI.

La scuola era una scuola primaria e nelle classi in cui lavoravamo i bambini avevano un'età compresa tra i 3 e i 7 anni: potete immaginare in che condizioni fosse la scuola, lasciata andare, per non parlare del bagno, che consisteva in un canaletto che dava sulla strada e ovviamente la carta igienica non esisteva.

La cosa che mi ha colpito di più, comunque, non è stata tanto la sporcizia e le povere condizioni in cui vivono, ma la felicità che, nonostante tutto, contraddistingue questi bellissimi bambini, i quali non hanno veramente niente, non hanno la tv, non hanno i beni che molti di noi ritengono scontati, eppure non perdono MAI il sorriso e sanno come divertirsi e come passare il tempo in modo genuino e anche più sano.

Io mi sono molto affezionata ai bimbi della scuola, e loro a me, tanto che l'ultimo giorno mi hanno lasciato un biglietto bellissimo dicendomi di non andare e di portarli con me! Ogni giorno, tra le 10 e le 11, c'era il break, e mi insegnavano i giochi che erano soliti giocare, come danze popolari o altro e ci divertivamo moltissimo.

Nonostante l'inglese fosse la lingua ufficiale, pochissimi lo parlavano, per questo abbiamo dovuto imparare le frasi più basilari della lingua locale, il Fante, per riuscire a capire un minimo quello che dicevano.

Penso che la cosa che ti sciocca di più del Ghana sia la differenza culturale. All'inizio è difficile abituarsi ad uno stile di vita assolutamente diverso dal nostro.

Tornando al lavoro, comunque, con i bambini finivamo di lavorare alle 12, per la pausa pranzo, e riprendevamo dalle 14 alle 16.

I lavori manuali

In questo lasso di tempo ridipingevamo un'aula, perché la scuola non aveva i soldi per permettersi i muratori, ed era la parte più faticosa della giornata, in quanto richiedeva un notevole sforzo fisico.

Francesca Motta

Tuttavia, anche se era stancante, questo lavoro era particolarmente gratificante per noi volontari: era bellissimo lavorare circondati dai bambini, felicissimi perché vedevano finalmente la loro scuola messa a posto, e dire che era meraviglioso vedere il loro sorriso è dir poco.

L'ultimo giorno è stato emozionantissimo, perché abbiamo lasciato le nostre impronte con le nostre firme sul muro dell'aula da noi ristrutturata: mi sembra di aver lasciato lì una parte di me e so che, almeno per un certo tempo, i bambini si ricorderanno di me.

Tutte le giornate delle prime due settimane sono trascorse così, tornavamo a casa alle 17 completamente distrutti, tanto che alle 19 eravamo già a letto.

Un week end al mare

Una sorta di "pausa" dal lavoro l'abbiamo avuta nel primo weekend, quando due supervisori ci hanno portato al mare, dove è stato a dir poco fantastico, perché eravamo in una di quelle spiagge che sogni quando sei sui banchi di scuola, con la sabbia e il sole (anche se ci sono le nuvole bisogna mettersi la crema solare o si finisce completamente ustionati, è una cosa che ho capito troppo tardi).

Ci siamo rilassati e quando siamo tornati eravamo carichissimi per l'ultima settimana da volontari.

Gli ultimi giorni li abbiamo passati senza acqua e ci lavavamo con i secchi, una cosa completamente nuova per me, ma anche molto divertente.

L'ultimo giorno, a scuola, abbiamo fatto fare le "olimpiadi" ai bimbi e, quando ci siamo salutati, avevamo tutti le lacrime agli occhi.

L’esperienza a “The Hills”

Per i miei coinquilini erano gli ultimi momenti in Ghana, io, invece, avevo ancora davanti una settimana, ed ero molto agitata (agitazione che poi si è rivelata inutile), perché sarei stata trasferita nelle Hills e sarei diventata una volontaria regolare, quindi completamente indipendente.

La terza settimana, però, è stata ancora meglio: se avessi potuto tornare indietro, avrei scelto di fare un mese da volontaria regolare.

Innanzitutto, c'è da dire che le colline erano molto meglio di Cape Coast, sia per il clima (molto meno soffocante, anzi, la mattina e la sera si doveva addirittura indossare una felpa), sia per il paesaggio che era spettacolare: si viveva completamente immersi nella natura!

Io ero ospitata da Dina, anche lei aveva una famiglia numerosa e i figli erano simpaticissimi! A volte si mettevano a giocare a carte con noi e insieme ci divertivamo tanto.

Francesca Motta

Ero in casa con altri due volontari e nelle colline, in totale, eravamo 14: il gruppo era a dir poco fantastico...i ragazzi erano tutti apertissimi di mente, maturi e meravigliosi, penso che il gruppo sia stato uno degli elementi fondamentali che ha reso la terza settimana perfetta.

Ogni sera ci ritrovavamo al Blue Bar, un bar dove si ascoltava musica e dove si beveva ogni tanto qualche birretta: lì abbiamo legato con i proprietari, un fratello e una sorella di vent'anni che l'ultimo giorno mi hanno offerto di ospitarmi a casa loro l'estate prossima!

Erano tutti ospitalissimi nelle Hills, tutte persone meravigliose.

E poi per me è stata la prima volta in cui vivevo una vita completamente indipendente, in un paese straniero, totalmente diverso, e anche questo mi ha aiutato a crescere.

Tanta fatica e tante soddisfazioni

Il lavoro era completamente diverso...se nelle prime due settimane avevo pensato

che quello che facevo fosse faticoso, era perché non avevo ancora lavorato nel Day Care delle colline.

Lì gli orari erano più brevi: dalle 8 alle 12 con il pomeriggio libero, ma era impegnativo prendersi cura di 60 bambini di età compresa dai 6 mesi ai 3 anni che non capivano una parola di inglese.

Tuttavia i bambini erano DOLCISSIMI, mi chiamavano "zia" e con le altre insegnanti parlavo spesso, soprattutto confrontando le nostre culture.

Il pomeriggio uscivo con gli altri volontari, la sera andavamo tutti insieme al Blue Bar, così il lavoro si mescolava con il divertimento, e nel weekend, prima che io partissi, abbiamo organizzato un viaggio tutti insieme al mare.

Francesca Motta

L'amicizia che è nata tra noi volontari ha reso, se possibile, tutto ancora più speciale. Quando sono dovuta partire non sono riuscita a non piangere: sarei rimasta lì veramente molto di più, perché quella realtà, nonostante così diversa dalla mia, mi piaceva molto di più...avevi sempre la sensazione di fare qualcosa di utile, eri felice e rilassato, senza pressioni.

È un'esperienza che consiglio a tutti di provare: per quanto riguarda me, è stata la migliore della mia vita e l'anno prossimo ho intenzione di tornarci per molto più tempo.

Non ci sono parole per descrivere quanto bello sia stato vivere queste tre settimane, bisogna andare lì per vivere queste emozioni...l'Africa è bellissima, e le sue contraddizioni, ma anche i suoi pregi, mi mancheranno moltissimo.

Francesca Motta

Questo è il racconto dell'esperienza di un volontario che ha partecipato al progetto e rappresenta un'istantanea nel tempo. La tua esperienza può essere diversa, in quanto i nostri progetti si adattano costantemente alle esigenze delle comunità locali e agli obiettivi raggiunti. Anche fattori i climatici possono avere un grosso impatto. Scopri di più su questo progetto o contattaci per maggiori informazioni.

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